Hello Reachy!

sources: ici et ici

Pollen Robotics et l’équipe Hybrid Sensorimotor Performance (dirigée par Aymar De Rugy à l’INCIA -Institut de Neurosciences Cognitives et Intégratives d’Aquitaine) ont travaillé ensemble pour la réalisation de Reachy, un bras robotique bio-inspiré reprenant les principaux degrés de liberté d’un bras humain. Dans un premier temps, Reachy sera utilisé par l’INCIA dans le cadre de recherches sur le contrôle de prothèses via signaux myoélectriques (mesures d’activités musculaires).

Reachy est 100% open-source! Conçu comme un kit de recherche robotique, cette prothèse à taille humaine permet de réaliser une vaste gamme de mouvements. Également doté d’une main bio-inspirée, ce bras robotique peut attraper des objets variés.

Reachy a été conçu en partenariat avec des laboratoires de recherche. Entièrement monté, il peut être directement programmé en Python et peut facilement être connecté avec d’autres outils scientifiques (e.g. Matlab). Les modèles 3D (3Ds Max et STL) sont inclus, permettant de modifier et de personnaliser la prothèse. Les sources logiciels de contrôle du robot sont également open-source pour permettre aux utilisateurs de réellement s’en approprier. Le robot est également doté de logiciels permettant d’enregistrer des mouvements par démonstration kinesthésique. Ces mouvements peuvent ensuite être répétés. Ce moyen simple et intuitif permet de rapidement prototyper des démonstrations.

Pour le moment, Reachy est réalisé par Pollen à la demande et personnalisé pour des applications de recherche spécifiques. Le kit de recherche comprenant le robot monté, les modèles 3D et les logiciels de contrôle est disponible sur commande.

reachy-monitor

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Santé : l’innovation technologique au service de la médecine

source: TF1

Grâce aux innovations technologiques, une équipe de chirurgiens orthopédistes de Brest peut poser une prothèse d’épaule à un patient grâce à une technique révolutionnaire qui s’appuie sur un programme sophistiqué d’imageries et d’impression en 3D. Du sur mesure pour le patient grâce à un logiciel mis au point par un ingénieur. Avec les progrès du numérique, les innovations médicales se multiplient, souvent développées dans le cadre d’une start up, le modèle économique le plus adapté à l’innovation.

all’IIT si stampano cartilagini!

da quest’articolo de La Repubblica dell’11/10/15

L’intuizione del genovese Luca Coluccino: togliere la “memoria” al tessuto e riprodurlo

L’idea gli è venuta a Pittsburgh — la città della Pennsylvania famosa per Flashdance e le antiche industrie dell’acciaio — ma continuerà a svilupparla sulla collina di Morego, a Genova, nell’Istituto Italiano di Tecnologia. Luca Coluccino ha 28 anni, una laurea in ingegneria biomedica e una passione per le articolazioni delle ginocchia. Lo si capisce dalla tesi di laurea e dal suo dottorato di ricerca al’IIT, dove dal 2013 studia come ricostruire e riparare le cartilagini.

084139429-51f017df-9dea-4c3a-95e2-cc1e89146d41Lo scorso anno, durante un periodo all’Università di Pittsburgh, Luca ha azzardato: “Ma perché invece di fare protesi sintetiche non proviamo a creare una cartilagine vera? Una cartilagine senza parti artificiali. Biologica, umana. E poi usiamo questo tessuto senza forma come “inchiostro” per una stampante in 3D“. Era un’idea un po’ folle: creare la cartilagine è l’ambizione dei gruppi di ricerca più avanzati del mondo, dalla Corea del Sud agli Stati Uniti. Ci provano da anni, senza successo. Ma Luca e il team con cui lavora — il gruppo Smart Materials del Dipartimento di Nanofisica dell’IIT — ci sono riusciti. E a metà settembre hanno spiegato come fare al TERMIS di Boston, la conferenza mondiale di riferimento per la medicina rigenerativa.

Luca arriva all’IIT con un maggiolone anni ’70, la giacca stilosa e una barbetta bionda accennata. A parlar di cartilagini gli si illuminano gli occhi. “Sono affascinanti perché non si ricreano come le ossa — spiega — Se un adulto ha una lesione grave a una cartilagine bisogna sostituirla con protesi metalliche o plastiche. Ma sono parti estranee al corpo umano: causano problemi di rigetto e non durano all’infinito“. Tra qualche anno potrebbe non essere più così, perché il team dell’IIT in collaborazione con l’Università di Pittsburgh (dove Coluccino era sotto la guida di un altro genovese, il ricercatore Riccardo Gottardi) ha trovato la “ricetta” per ricostruire cartilagini, tendini e menischi. Ad ascoltare Luca Coluccino sembra semplice: si tratta chimicamente una cartilagine, per esempio, sino a farla diventare un liquido che ha perso tutte le informazioni che nel corpo di un’altra persona potrebbero dare reazione immunitaria. “Solo una cosa le deve rimanere: la ‘memoria’ di essere una cartilagine“, avverte Coluccino.

impiantate le prime protesi di ossa stampate in 3D

da un articolo del Corriere di Bologna del 15 giugno 2015

3DprintedLe cinque persone operate hanno circa 25 anni e le ossa del bacino compromesse da un tumore o dal fallimento di una protesi

Cinque ragazzi di età media 25 anni hanno protesi ossee stampate in 3D. Sono i primi impianti di questo tipo in Italia – un solo caso simile in letteratura medica nel febbraio 2014 in Inghilterra – sono stati fatti all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. I ragazzi avevano le ossa del bacino compromesse da un tumore o dal fallimento di una precedente protesi. La progettazione delle protesi “su misura” si è basata sui dati del paziente, ricavati con tac e risonanza. È stato così realizzato un bacino virtuale, poi identificato il “pezzo” che andava sostituito. Queste e altri prospettive della stampa 3D in medicina verranno illustrati venerdì nella conferenza che sancirà la nascita dell’Italian Digital Biomanufacturing Network, che nasce per collegare gli sperimentatori che hanno raggiunto i risultati più avanzati nell’applicazione medica di questa tecnologia.

La stampante 3D realizza le protesi come se fossero pezzi mancanti di un puzzle tridimensionale, così poi “si incastrano” esattamente dove i chirurghi asportano la parte d’osso malata. Le protesi impiantate a Bologna sono in titanio. Il vantaggio, ha spiegato il Prof. Davide Donati (direttore dell’Oncologia ortopedica del Rizzoli, dove sono stati eseguiti gli interventi), è una ricostruzione che è la più appropriata possibile dal punto di vista anatomico dei rapporti tra femore e bacino. In poche parole, dopo l’intervento i pazienti hanno maggiore possibilità di riprendere a camminare correttamente. Ma gli obiettivi della stampa 3D in medicina sono ancora più ambiziosi: il “bioprinting” mira infatti a creare dispositivi su misura fatti da un mix di sostanze plastiche, ma anche umane. Oggi si usano già biomateriali come plastica o titanio – ha spiegato Pier Maria Fornasari, direttore della Banca del Tessuto Muscolo-scheletrico del Rizzoli – BioprintingIl vantaggio della manifattura a 3D è che può stampare negli strati di materiale le cellule del paziente. La cartuccia di materiale per la stampa può contenere cellule del paziente. Questo futuro, fatto di materiale umano mescolato a quello biocompatibile non umano, è davvero imminente: secondo me ci arriveremo tra sei mesi, un anno.

Un ambito che rappresenta un ulteriore campo di ricerca per il Rizzoli, dove al progetto della stampa 3D lavorano una quindicina di persone. Grazie a un finanziamento di oltre due milioni di euro da Ministero della Salute e Regione Emilia-Romagna sarà attivata una piattaforma di Bioprinting per la fabbricazione di dispositivi custom made fatta tramite l’acquisizione di immagini radiologiche da una Tac Dual Energy. Inevitabile sollecitare a Fornasari il ricordo del futuro descritto da Blade Runner, con “replicanti” costruiti in laboratorio. Ma il ricercatore è sfuggito alle suggestioni: “No, non è Blade Runner. È la medicina che è sempre più vicina alle esigenze del paziente, sempre più su misura. Da una parte con la genomica, dall’altra con la produzione di dispositivi o tessuti sempre più adeguati alle necessità chirurgiche del paziente“.

imprimer une vertèbre en 3D, ça marche!

source: ce site internet

Pékin: un garçon de 12 ans a survécu à un cancer des os après une implantation d’une vertèbre imprimée en 3D

En médecine, l’impression 3D peut faire des miracles. Cela a été le cas avec un jeune Chinois à qui des médecins d’un hôpital universitaire de Pékin ont remplacé une vertèbre cancéreuse par une autre imprimée en 3D.

Minghao, jeune garçon âgé de 12 ans, se rend à l’hôpital suite à une blessure au cou pendant un match de foot. En l’examinant, les médecins découvrent un problème beaucoup plus grave: une tumeur s’est logée dans une vertèbre supérieure du jeune garçon. Les médecins décident donc de l’opérer pour remplacer la vertèbre atteinte mais choisissent d’utiliser une prothèse imprimée en 3D adaptée à sa morphologie, de manière à ce qu’elle puisse épouser la forme de sa colonne vertébrale. “Grâce à l’impression 3D, nous avons pu simuler les contours de la vertèbre, et ainsi la rendre plus solide et mieux adaptée qu’une prothèse traditionnelle“, explique le Dr Liu Zhongjun, qui a pratiqué l’opération. Cette technique moderne devrait donc rendre la convalescence de Minghao plus courte. “Si nous avions utilisé la technologie classique, la tête du patient aurait du être maintenue par des broches dans une structure pendant au moins trois mois, car il aurait fallu empêcher qu’elle ne touche son lit lorsqu’il se repose“, ajoute le Dr drZhongjun. Le garçon devra toutefois rester en observation à l’hôpital pendant 3 mois.

C’est la première fois qu’une implantation de vertèbre imprimée en 3D a lieu. Mais ce n’est en revanche pas la première fois que les médecins ont recours à cette méthode pour opérer: en mars dernier, des chirurgiens néerlandais sont parvenus à créer une partie du crâne en plastique totalement identique à celui d’une patiente souffrant d’une grave maladie et ont réussi à lui implanter. D’après ces médecins à l’origine de cette prouesse médicale, la patiente se porte bien et récupère peu à peu ses fonctions cérébrales endommagées par sa maladie. Les médecins ont aussi déclaré que “les bénéfices médicaux et esthétiques sont très importants et cette technologie devrait permettre à l’avenir d’opérer également des malades atteints de cancer des os ou de traumatismes crâniens“. Et voilà, c’est désormais chose faite!

Printing a human kidney

Surgeon Anthony Atala demonstrates an early-stage experiment that could someday solve the organ-donor problem: a 3D printer that uses living cells to output a transplantable kidney.

official TED Conference – filmed March 2011

There’s actually a major health crisis today in terms of the shortage of organs. The fact is that we’re living longer. Medicine has done a much better job of making us live longer, and the problem is, as we age, our organs tend to fail more, and so currently there are not enough organs to go around. In fact, in the last 10 years, the number of patients requiring an organ has doubled, while in the same time, the actual number of transplants has barely gone up. So this is now a public health crisis. So that’s where this field comes in that we call the field of regenerative medicine. It really involves many different areas. You can use, actually, scaffolds, biomaterials — they’re like the piece of your blouse or your shirt — but specific materials you can actually implant in patients and they will do well and help you regenerate. Or we can use cells alone, either your very own cells or different stem cell populations. Or we can use both. We can use, actually, biomaterials and the cells together. And that’s where the field is today.

ted

Our biggest challenge are the solid organs. I don’t know if you realize this, but 90 percent of the patients on the transplant list are actually waiting for a kidney. Patients are dying every day because we don’t have enough of those organs to go around. So this is more challenging — large organ, vascular, a lot of blood vessel supply, a lot of cells present. So the strategy here is — this is actually a CT scan, an X-ray — and we go layer by layer, using computerized morphometric imaging analysis and 3D reconstruction to get right down to those patient’s own kidneys. We then are able to actually image those, do 360 degree rotation to analyze the kidney in its full volumetric characteristics, and we then are able to actually take this information and then scan this in a printing computerized form. So we go layer by layer through the organ, analyzing each layer as we go through the organ, and we then are able to send that information through the computer and actually design the organ for the patient.

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