tutto molto bene, stiamo sereni

fonte: questo articolo di M. D Fazio (L’Espresso)

Non è un Paese per giovani docenti universitari. E’ quanto ha scoperto sulla sua pelle da Matteo Fini, classe 1978, appena riemerso da quasi dieci anni di esperienza accademica come dottore di ricerca in statistica nel Dipartimento di scienze economiche dell’Università degli studi di Milano. “Tante illusioni svanite via via nel nulla”. Alla Statale si occupava di metodi quantitativi per l’economia e la finanza. “In pratica facevo tutto: lezioni, ricerca, davo gli esami, mettevo i voti – ci dice Fini – Ero un piccolo professore fatto e finito, senza titolo. E questa è una roba normalissima”.

La sua è la storia di un giovane italiano che non ce la può fare nonostante tutto. “Non si sopravvive al sistema universitario italiano” aggiunge. E ne esce, e pensa di raccontarlo. Di dissacrarlo. Ne fa la sostanza del suo libro: la vita accademica vista dall’interno, nei suoi gangli ordinari. Episodi quotidiani che non danno scandalo abbastanza se presi singolarmente. Comincia a scriverlo, e ne posta qualche estratto su Facebook. Un giorno riceve una diffida legale, girata anche all’editore con cui aveva già fatto un libro (“Non è un paese per bamboccioni“), che gli intima di non pubblicare e di eliminare tutti i post “allusivi” dal social: tra questi, una citazione di Lino Banfi/Oronzo Canà. “I post non li ho affatto tolti, e tra l’altro erano generici e astratti – racconta Matteo Fini –. Questa è censura preventiva”. Il libro è pronto, anzi c’è tutta una piccola community sul web che ne attende l’uscita; ma non si sa più quando, né con chi vedrà la luce. Abbiamo incontrato l’autore per saperne di più di questo suo pamphlet arrabbiato, rimandato a settembre per “condotta”.

L’inizio del percorso da ricercatore universitario è comune a tutti. “È il professore stesso che ti precetta, quando tu magari nemmeno ci pensavi alla carriera universitaria. Ti dice: “ti va di fare il dottorato?”. E tu rispondi ok, e cominci. E pensi che sei davvero bravo. Un eletto. A quel punto però vieni risucchiato e la strada si fa cieca”. Al “meccanismo” ci si abitua subito. Prendere o lasciare. I più, prendono, compreso Matteo Fini. “Ho capito subito che c’erano delle regole bislacche, ma le ho accettate: sai benissimo che lì dentro funziona così, è un sistema che non puoi cambiare, immutabile, e sai anche che la tua carriera è totalmente indipendente da quello che dici o che fai: conta solamente che qualcuno voglia spingerti avanti”. Anche Matteo ha il suo protettore. “Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”. Va avanti così per anni. Ma le cose non sono eterne. “All’improvviso la sua attenzione si è completamente spostata altrove. Dal chiamarmi quattro volte al giorno, l’ultimo anno è scomparso. Fino al gran finale: il dipartimento bandisce il concorso per il posto a cui lavoravo da otto stagioni,“che avrei dovuto vincere io”. Lui nemmeno me lo comunica. Io ne vengo a conoscenza e partecipo lo stesso, pur sapendo che, senza appoggi, non avrei mai vinto. In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”. In questo volume intra–universitario che non c’è, ma c’è, Fini spiega gli ingranaggi universitari più comuni. Talmente elementari che nessuno aveva mai pensato di raccontarli. Sfogliamolo virtualmente.

Concorsi, primo esempio. Il blu e il nero.Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo. A me una volta è capitato che a metà prova si siano accorti che alcuni stavano scrivendo in blu e altri in nero. A quel punto ci hanno consegnato delle penne uguali per tutti, e siamo ripartiti daccapo. A fine prova mi sono accorto che c’erano degli stranieri che avevano scritto nella loro lingua natìa… Ma con la penna uguale alla nostra, eh!”.

Concorsi, secondo esempio. Gli ultimi saranno i primi. M’iscrissi al bando e mi presentai al test d’ammissione che era composto esclusivamente da un colloquio orale in cui si ripercorreva la carriera dei candidati. Era un concorso per titoli. I candidati erano tre: io, una ragazza del sud di trentun’anni neolaureata e una ragazza del nord che stava discutendo la tesi. I posti erano sei, le borse di studio in palio due. Indovinate in graduatoria in che posizione mi piazzai? Esatto, terzo. E ultimo. In un concorso esclusivamente per titoli, cioè non vi erano delle prove d’esame che avrebbero potuto mostrare la preparazione di un candidato piuttosto che l’altro, contava solo il curriculum vitae; in un concorso per titoli tra due neolaureate, o quasi, e io che una laurea, come loro, ce l’avevo e che possedevo anche un titolo di dottore di ricerca, pubblicazioni scientifiche, manuali didattici e un’esperienza di oltre cinque anni in accademia tra lezioni, lauree, seminari e convegni, ecco in gara con loro due mi classifico terzo, dietro di loro…”.

Concorsi, terzo esempio. La salita è in discesa. “Qualche anno fa sono andato a fare un concorso per un contratto di un anno fuori sede. “Fuori sede” lo dico perché ogni ricercatore, o simile, è come affiliato al dipartimento di provenienza, ogni volta che prova a partecipare a un concorso in un altro ateneo è come se andasse in guerra. Con lo scudo e la fionda contro i fucili e i cacciabombardieri. Il posto era per un assegno di ricerca in Economia e gestione delle imprese. Ci presentiamo in tre. Il vincitore, il fantoccio e io. C’è sempre un fantoccio. Quello che deve fare presenza, ma perdere. Per non dare l’idea che il concorso sia ad personam. Purtroppo per loro però, inavvertitamente, mi ero iscritto pure io. E risultavo tremendamente più titolato degli altri due, vincitore compreso. Questo capitava non perché io fossi particolarmente genio, ma perché, essendo ormai da anni attorcigliato nel meccanismo universitario senza sbocchi in attesa del posto mio, mi ritrovavo a partecipare a concorsi per retrocedere. Scendi di categoria, e sembri un fenomeno. Così succede che devono trovare un modo per fermarmi. E non potendo dire che non ho i titoli o che il mio curriculum mal si relazioni col loro progetto di ricerca. sapete cosa s’inventano? Provano con la psicologia. Anzi la psicologia inversa, il metagame. “Tu sei un ricercatore affermato, ormai hai anni di esperienza, il nostro progetto dal punto di vista quantitativo non presenta una sfida entusiasmante, saranno sì e no due calcoletti, per cui non credo che questo sia il posto adatto a te… E così ho perso un’altra volta”.

Concorsi, per concludere. Così fan tutti. “E così risulta penalizzato anche chi vince perché è più bravo e perché se lo merita. Chi vincerebbe un concorso anche in una molto ipotetica gara alla pari. Senza padrini. Pensate a quanto possa essere frustrante, anche per loro, sapere che nonostante gli anni di studi, i sacrifici, nonostante siano pronti, in realtà si sono ritrovati vincitori perché qualcuno ha deciso così. Per delle logiche che continuano a esulare dalla loro preparazione e ricerca. Tutti penseranno che tu, come tutti, il posto non te lo sei guadagnato. Puoi urlarlo forte quanto vuoi, ma nessuno ti crederà. Tutti ti vedranno come l’abusivo, il solito infame”.

Assegnazione dei fondi. Specchietti per le allodole.Quando vengono assegnati i fondi di ricerca, i professori e i dipartimenti si associano e mettono su un progetto alimentato dal blasone dei docenti unitisi (professori che magari fino al giorno prima neanche si salutavano). Dentro questi bandi vengono infilati anche dei ragazzi giovani, con la promessa che verranno messi poi a lavorare. Il bando viene vinto, arrivano i fondi, ma del progetto che ha portato ad accaparrarseli nessuno dice più niente. Viene accantonato, e i quattrini sono dilapidati nelle maniere più arbitrarie (pubblicazioni, acquisto di pc all’ultima moda ecc.). Che fine fanno i ragazzi coinvolti? Bene che vada si spartiscono le briciole”.

Libri universitari.Self–publishing. Molti docenti scrivono libri che poi adottano a lezione, naturalmente, e molto spesso gli editori glieli fanno pagare fino all’ultimo centesimo, della serie “Ti pubblico, ma tu devi comprarne 5 mila copie”. Ma mica li acquistano con portafogli personali, i suddetti saggi; no, ordinari e associati amano invece attingere liberamente dai fondi di dipartimento, che pure magari erano destinati a qualche ricerca seria e pluripremiata”.

Cultore della materia. Il purgatorio dei tuttologi. Più in basso ancora di assegnisti e dottorandi, c’è la figura del “Cultore della materia”: per permetterti di affiancare un Prof. in università se non hai titoli tuoi, questo ti fa “cultore”, e tu così guadagni il diritto di aiutarlo in aula con gli esami o addirittura di fare lezione. La cosa divertente è che la decisione del docente è insindacabile. E così se un domani il tuo supervisor decide che tu debba essere un cultore in Fisica applicata o Letteratura greca medievale, e lo fa soltanto perché gli servi… il giorno dopo tu sarai legittimato ad andare in Aula a parlarne. Anche se non ne sai un fico secco”.

unigeDidattica. Il fanalino di coda.Viene vista come un fastidio. Un intralcio. È che da noi diventi docente solo dopo aver fatto il ricercatore. Ma il ricercatore dovrebbe fare ricerca, e il docente insegnare. Ci vorrebbe una separazione delle carriere. Un ottimo ricercatore può essere un pessimo docente, e viceversa”.

Seminari e riviste. Tutto fa brodo. “Spesso i dipartimenti organizzano seminari (sempre coi soldi dei fondi) il cui unico scopo è quello di presentare i propri lavori, perché così quel lavoro finirà dritto ne “gli atti del convegno”, che è una pubblicazione, e che quindi va a curriculum, fa massa, valore, prestigio, carriera, altri soldi. C’è una lunga teoria di riviste che esistono solo per pubblicare gli atti di questi convegni: periodici clandestini, che pubblicano indiscriminatamente. Ci sono poi dipartimenti che le riviste se le creano da sé. È un circuito drogato, che lievita, ma su impasti veramente fragili. Basti vedere i curriculum dei docenti italiani: le pubblicazioni sulle riviste internazionali, quando ci sono, sono messe in bella mostra, mentre quelle sulle riviste nazionali vengono liquidate sotto la dicitura “altre pubblicazioni”… Come se ce se ne vergognasse”.

Hello Reachy!

sources: ici et ici

Pollen Robotics et l’équipe Hybrid Sensorimotor Performance (dirigée par Aymar De Rugy à l’INCIA -Institut de Neurosciences Cognitives et Intégratives d’Aquitaine) ont travaillé ensemble pour la réalisation de Reachy, un bras robotique bio-inspiré reprenant les principaux degrés de liberté d’un bras humain. Dans un premier temps, Reachy sera utilisé par l’INCIA dans le cadre de recherches sur le contrôle de prothèses via signaux myoélectriques (mesures d’activités musculaires).

Reachy est 100% open-source! Conçu comme un kit de recherche robotique, cette prothèse à taille humaine permet de réaliser une vaste gamme de mouvements. Également doté d’une main bio-inspirée, ce bras robotique peut attraper des objets variés.

Reachy a été conçu en partenariat avec des laboratoires de recherche. Entièrement monté, il peut être directement programmé en Python et peut facilement être connecté avec d’autres outils scientifiques (e.g. Matlab). Les modèles 3D (3Ds Max et STL) sont inclus, permettant de modifier et de personnaliser la prothèse. Les sources logiciels de contrôle du robot sont également open-source pour permettre aux utilisateurs de réellement s’en approprier. Le robot est également doté de logiciels permettant d’enregistrer des mouvements par démonstration kinesthésique. Ces mouvements peuvent ensuite être répétés. Ce moyen simple et intuitif permet de rapidement prototyper des démonstrations.

Pour le moment, Reachy est réalisé par Pollen à la demande et personnalisé pour des applications de recherche spécifiques. Le kit de recherche comprenant le robot monté, les modèles 3D et les logiciels de contrôle est disponible sur commande.

reachy-monitor

R1, il primo robot per le famiglie

fonte: questo articolo de La Repubblica

R1“Sarà un robot rassicurante e piacevole”. Con queste parole, un anno e mezzo fa, Giorgio Metta annunciava a Repubblica l’inizio di un grande progetto: portare i robot umanoidi nelle case degli italiani. Oggi, sotto il suo coordinamento, quel sogno ha un nome: R1 – your personal humanoid è il primo robot sviluppato a basso costo, concepito per raggiungere il mercato di massa. Un team di 32 ricercatori e designer dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), polo d’eccellenza in Italia e nel mondo, sono riusciti nell’intento di creare un umanoide al costo di una tv di ultima generazione. E per completare l’obiettivo manca solo un passaggio: la produzione in serie. Ma non ci vorrà molto, al massimo 18 mesi e lo vedremo scorrazzare in giro per il mondo.

Un tuttofare con rotelle. R1 sarà un amico fidato che ci aiuterà nelle faccende domestiche o nel lavoro da ufficio. Lo vedremo in hotel dietro il banco della reception o in ospedale in aiuto di infermiere e caposala nella gestione di cartelle e dati. All’inizio gli dovremo insegnare tutto: dalla planimetria dell’ambiente alla collocazione degli oggetti. Ma in poco tempo sarà in grado di muoversi in autonomia, riconoscendo ambienti, volti e voci e compiendo azioni al posto nostro. Come fare un caffè o prendere il telecomando al posto nostro, senza farci alzare dal divano.
R1 body“Noi ci siamo spremuti le meningi per abbattere i costi mantenendo alta la qualità. – spiega Metta – Abbiamo cercato di rendere il tutto meno dispendioso utilizzando materiali economici, come polimeri e plastiche, che richiedono processi produttivi meno costosi rispetto a quelli tradizionali”. Il prezzo finale dipenderà da quanti robot verranno costruiti. “Per i primi 100 prototipi abbiamo individuato un target di prezzo che si aggira sui 25mila euro. Superata questa soglia, il prezzo inizierà a scendere e continuerà a calare man mano che diventerà un prodotto di consumo. La fascia, più o meno finale, di prezzo sarà di 3mila euro, quanto il costo di un moderno televisore al plasma”.

I precedenti. R1 è il risultato di un lungo percorso di sperimentazione e ricerca che raccoglie la conoscenza acquisita dai ricercatori con la creazione di altri robot, in particolare di iCub: l’umanoide costruito per gli studi sull’intelligenza artificiale, oggi presente in tutto il mondo con 30 prototipi. Rispetto a lui e agli altri umanoidi in circolazione, però, le differenze sono tante: “iCub è un prodotto di ricerca in cui il prezzo non era importante. R1 invece è un tentativo di approcciare il mercato di massa in cui il prezzo diventa questione fondamentale”, spiega Giorgio Metta.

R1 armE anche con il famoso robot umanoide Pepper, che da poco è stato adottato sulle navi da crociera, il confronto non regge perché R1 ha il dono della presa. In Pepper le mani servono solo per indicare o fare dei gesti ma non per compiere azioni. Per realizzare R1, invece, i ricercatori si sono concentrati proprio sulla possibilità di farlo interagire con l’esterno attraverso l’uso degli arti superiori, donandogli la capacità di afferrare oggetti, aprire cassetti o porte. Un valore aggiuntivo rispetto alle alternative già esistenti sul mercato, che gli assicurano un posto d’onore tra i tuttofare di casa. Le mani e gli avambracci di R1 sono rivestiti di una pelle artificiale, con sensori che conferiscono al robot il senso del tatto, permettendogli di ‘sentire’ l’interazione con gli oggetti che manipola. Il disegno delle mani è stato semplificato rispetto a quello di iCub per garantire robustezza e costi contenuti, pur consentendo l’esecuzione di semplici operazioni domestiche. Hanno la forma di due guanti a manopola e il polso è sferico, aspetti che gli permettono di sollevare pesi fino a 1,5 kg e chiudere completamente la presa attorno a ciò che afferra, specialmente oggetti cilindrici come bicchieri e bottiglie. Ma non è tutto.

R1 faceAnatomia di un robot. Dalla testa alle rotelle, R1 è un concentrato di tecnologia avanzata. Il volto è uno schermo LED a colori su cui compaiono delle espressioni stilizzate: pochi, semplici tratti per un modo semplice e veloce di comunicare con l’uomo. All’interno, invece, lo schermo ospita i sensori per la visione, due telecamere e uno scanner 3D, quelli per l’equilibrio e per la generazione e percezione del suono. Il corpo è allungabile e ‘snodabile’, con il busto che si estende fino a 140 centimetri e il torso che si torce anche lateralmente. Stesso discorso per gli arti meccanici, che possono guadagnare fino a 13 cm. Nella ‘pancia’, invece, trovano posto tre computer che governano le capacità del robot, dal calcolo al movimento della testa, sino al controllo di tutti i sensori. Una scheda wireless permette al robot di collegarsi alla rete internet, ricavando informazioni utili all’interazione con l’uomo e gli aggiornamenti del software.

La memoria di una vita.
L’idea è che queste macchine diventino il centro di tutta la nostra comunicazione digitale: mantengano l’agenda, ci aiutino a ottimizzare la pianificazione, diventino la nostra interfaccia con altri strumenti di uso quotidiano. “Man mano che il robot starà con noi, inizierà ad avere memoria di tutto ciò che facciamo e che abbiamo fatto insieme. Magari, un giorno, avrà memoria di tutta la nostra vita e gli potrò chiedere di accedere a ricordi, tra foto e video”, conclude Metta. E a questo punto è il caso di dirlo, la rivoluzione sarà entrata in casa.

SpotMini, nice to meet you

SpotMini is a new smaller version of the Spot robot, weighing 55 lbs dripping wet (65 lbs if you include its arm). SpotMini is all-electric (no hydraulics) and runs for about 90 minutes on a charge, depending on what it is doing.

SpotMini is one of the quietest robots that Boston Dynamics have ever built. It has a variety of sensors, including depth cameras, a solid state gyro (IMU) and proprioception sensors in the limbs. These sensors help with navigation and mobile manipulation. SpotMini performs some tasks autonomously, but often uses a human for high-level guidance. For more information about SpotMini, visit www.BostonDynamics.com

Osteoarthritis: some hints

sources: Orthopaedic Research Society and PR Newswire

According to WikipediaOsteoarthritis (OA) is a type of joint disease that results from breakdown of joint cartilage and underlying bone. The most common symptoms are joint pain and stiffness. Initially, symptoms may occur only following exercise, but over time may become constant. Other symptoms may include joint swelling, decreased range of motion, and when the back is affected weakness or numbness of the arms and legs. The most commonly involved joints are those near the ends of the fingers, at the base of the thumb, neck, lower back, knee, and hips. Joints on one side of the body are often more affected than those on the other. Usually the symptoms come on over years. It can affect work and normal daily activities. Unlike other types of arthritis, only the joints are typically affected.

OAOA affects the entire joint, progressively destroying the articular cartilage, including damage to the bone. Patients suffering from OA have decreased mobility as the disease progresses, eventually requiring a joint replacement since cartilage does not heal or regenerate. According to a 2010 Cleveland Clinic study, OA is the most prevalent form of arthritis in the United States, affecting more than 70% of adults between 55 and 78 years of age (that is, millions of people).

My father was in major pain from his osteoarthritis,” explains Riccardo Gottardi, a scientist at the University of Pittsburgh supported by a Ri.MED Foundation fellowship.  “He was in so much pain that he had to undergo a double hip replacement followed by a knee replacement soon afterwards. I could see the debilitating and disabling effects the disease had on him, as he was restricted in his mobility and never fully recovered even after surgery. This was very different from the person that I knew, who had always been active and never shied away from long hours of work in his life – he just could not do it anymore.

For scientists like Gottardi, a key obstacle in understanding the mechanisms of osteoarthritis and finding drugs that could heal cartilage, is that cartilage does not exist separately from the rest of the body. Cartilage interacts with other tissues of the joint, especially with bone. Bone and cartilage strongly influence each other and this needs to be taken into account when developing new drugs and therapies.

cartilageGottardi and a team of researchers at the Center for Cellular and Molecular Engineering, led by Dr. Rocky Tuan, have developed a new generation system to produce engineered cartilage, bone and vasculature, organized in the same manner as they are found in the human joint.  This system is able to produce a high number of identical composite tissues starting from human cells. The team will use this system to study the interactions of cartilage with vascularized bone to identify potential treatments for osteoarthritis. The team’s research has two main objectives: to help understand how cartilage interacts with the other joint tissues, especially bone; and to help develop new effective treatments that could stop or even reverse the disease.  Their patent pending system is the first of its kind, and offers a number of advantages including the use of human cells that replicate native tissues. This system more closely matches the effects on humans than standard animal testing could achieve.

The team of scientists is further developing their system to produce tissues composed of more and different cell types that could better replicate the human joint. They have also started a number of collaborations with other research groups and companies that are interested in using the system to investigate other joint diseases and to test their product. “After seeing what my father went through,” says Gottardi, “I decided that I did not want to just watch by working on diagnostics, but rather, I wanted to be able to do something about osteoarthritis and contribute to the improvement of current treatment options.

Gottardi’s work was recently presented at the Annual Meeting of the Orthopaedic Research Society. Founded in 1954, the Orthopaedic Research Society strives to be the world’s leading forum for the dissemination of new musculoskeletal research findings.

Formation à la chirurgie robotique

source: ce site internet

Academie-nationale-chirurgie-STAN-Institute

Saviez-vous qu’il n’y a aucune obligation légale à se former à la chirurgie robotique ? Autrement dit, n’importe quel chirurgien peut s’assoir à une console de robot da Vinci et opérer. Il n’y a aucune obligation de formation. Prendriez-vous un avion dont le pilote n’a pas de licence de vol ?

Le 13 novembre 2015, un panel d’experts de la chirurgie robotique s’est réuni au sein de l’Académie Nationale de Chirurgie (ANC) pour débattre sur la formation en chirurgie robotique. Les conclusions principales mettent en avant des besoins fondamentaux :

  • Il faut se caler sur le protocole de formation à la chirurgie robotique élaboré par les équipes de Nancy.
  • Il est impératif de prévoir l’arrivée de nouveaux robots.
  • Il n’est pas utile de multiplier les centres de formation, il faut se contenter de quelques centres experts de formation bien équipés en matériel et en personnel et développer les registres.

Les principes conducteurs de la chirurgie moderne assistée par ordinateur, et par conséquent robotique doivent être les suivants :

  • Savoir opérer
  • Connaître les machines utilisées
  • Être convaincu de la nécessité du partenariat avec les industriels
  • Conserver son éthique et son indépendance en évitant tout conflit d’intérêts
  • Justifier scientifiquement les évolutions thérapeutiques choisies pour convaincre les décideurs économiques et défendre les chirurgiens mis en cause par l’intermédiaire de la HAS

La formation en chirurgie robotique assurée actuellement par les industriels n’a pas de base légale. Celui-ci a simplement pour obligation, comme tout fabricant de matériel, d’expliquer son fonctionnement à un acquéreur. Cette formation, trop courte si l’on se réfère aux résultats publiés, ne comporte aucune évaluation des capacités de ces chirurgiens à utiliser le robot. Il est du rôle des sociétés savantes et des universités de contrôler cet enseignement et l’évaluation des équipes utilisatrices de ces nouvelles technologies, en partenariat avec les industriels. La formation en chirurgie robotique peut être assurée soit par des écoles publiques, soit par des écoles privées, en étant conscient de l’importance du coût du matériel nécessaire. Il apparait que ce coût ne peut être assumé par les seules finances des universités et que des partenariats sont nécessaires avec des entreprises privées, pour les écoles publiques.

La chirurgie robotique est mise en œuvre par des chirurgiens et leurs équipes et leur formation comporte 5 volets :

  1. La formation chirurgicale de base relève de toutes les écoles de chirurgie.
  2. La formation élémentaire à l’usage d’un “robot” est commune à toutes les spécialités utilisatrices des robots. Elle est validée par un document attestant de la participation du chirurgien à la formation élémentaire, apprentissage de la machine, des gestes avec des mises en application sur simulateur et sur robot en “dry” et “wet lab”. Cette étape de la formation doit être conclue par une évaluation.
  3. La chirurgie robotique est caractérisée par la distance physique établie entre le chirurgien et le champ opératoire, ainsi que par la disparition de la communication visuelle avec le reste de l’équipe. Une formation des autres membres de l’équipe chirurgicale (team training) est par conséquent indispensable.
  4. La formation clinique spécifique à chaque spécialité se fera dans des centres équipés de “robots” et disposant de “proctors” (“Advanced Courses”).
  5. La chirurgie est un apprentissage permanent qui nécessite un maintien de compétences tout au long de sa pratique. La question de la recertification telle qu’elle est imposée aux pilotes d’avion après une période d’inactivité ou lorsqu’ils n’ont pas une pratique régulière n’existe pas actuellement en Médecine. Il est vraisemblable qu’à l’avenir le développement des simulateurs permettra aux chirurgiens soumis à des situations similaires de rafraîchir ou de maintenir leur technicité.